Mila Azzalin – Islanda

Bolla di sogno d’Islanda

Di Mila Azzalin

Se punto la sveglia alle 6.50 può bastare: il tempo di lavarmi, vestirmi, bere una tazza di caffè e sono al lavoro.

Chissà che questa notte non succeda di nuovo…

Bianco neve e vento. Presenze, figure prima lievi cominciano a delinearsi.

Ecco, sta succedendo di nuovo, sono ancora qui. Lo sento, è l’odore, quello dei primi giorni: zolfo. C’è ancora nell’aria e quelli sono i miei compagni di viaggio, li riconosco. C’è lo zaino rosso, quello grande, 100 litri di mistero e c’è il mio, accuratamente pensato, studiato e sudato. Un esercizio di essenziale incredibile: togli, metti, aggiungi, questo non serve o forse sì? No. Togli, togli ancora. E’ il mio guscio e io mi sento molto chioccola: nuda senza il mio zaino.

Nero di ossidiana, che specchi di luce! Il cielo di un azzurro tenue anche di notte. Ma che poi, dov’è la luna qui? Mi manca un pochino, la cerco ma non la trovo… in cambio però ci sono fasci di luce nel cielo, fluttuano leggeri e io la notte non riesco a dormire aspettando che arrivi l’ora giusta per uscire. L’attesa di una aurora boreale mi fa passare il sonno tanto è il desiderio. E allora esco ma si vede poco. Mi accontento per oggi, anche oggi. Mi basta così.

E’ arrivato il momento di alzarsi i pantaloni, togliere gli scarponi, legarli tra loro e appenderli al collo. Forse è meglio togliere i pantaloni che l’acqua è alta e ad attraversare il fiume si potrebbero bagnare. “Lascia lo zaino slacciato che se cadi lo puoi mollare”. E allora via, David dammi la mano che mi sento più sicura se sei con me. Brividi di freddo o di emozione, tutti e due assieme sono di una potenza assurda.

Eccolo il rifugio e ed ecco il lago in lontananza. Il paesaggio è cambiato di nuovo, sono cambiati i colori. Adesso c’è pure il lago. Tolgo gli scarponi e a piedi nudi cammino sul muschio. È così morbido che i piedi si perdono, si immergono, riemergono. Ho voglia di rimanere sdraiata, da sola, ad ascoltare che rumore fa il niente. Non ci sono api, mosche, non c’è il picchio che batte sul tronco in cerca di cibo, non ci sono alberi che cigolano spostati dal vento, non c’è uccello che gracchia nel cielo. Qui è silenzio, quello di cui non sono abituata. Mi spiazza. Ma David dice di andare, di appoggiare lo zaino, di cambiare scarpe e ripartire. Ho capito che sa quel che dice. Lascio il mio silenzio e cammino, ancora.

“Andiamo lassù” dice “fidati di me”. Mi fido e passo dopo passo inizio a salire. Chissà cosa si vedrà! Salita, ancora salita. Guardo a terra per sentire meno la fatica e poi alzo lo sguardo per vedere quanto manca alla cima. Mi fermo. Non capisco cosa mi stia succedendo… Sento un nodo in gola che sale, non riesco a controllarlo, gli occhi si velano forse perché si proteggono da un panorama così. È così bello da quassù che fa quasi male il cuore, una bellezza tale da togliere il fiato, da piangere dall’emozione.  Mi lascio andare alle lacrime che scendono copiose e continuo a guardarmi attorno per memorizzare ogni piccolo particolare. È così grande il ghiacciaio che abbiamo davanti che non riesco a guardarlo senza muovere la testa. È di fronte a me ed è immenso. I confini si perdono da destra a sinistra e oltre, non ha limite e io mi sento improvvisamente così piccola. Avrei voglia di un abbraccio ma sono partita da sola e non c’è nessuno con cui poter condividere un’emozione così grande. Ma forse è giusto così: mi abbraccio da sola e questa conquista è tutta mia.

Mi sveglio. Ecco, anche stanotte ero lì eppure sono tornata da una settimana!

“Ciao Giò! Sì sono qui con Mila al bar…. Mi sta raccontando il suo viaggio! Vieni, così la saluti. Sì, beh, ti avverto che di Mila c’è solo il corpo, tutto il resto è rimasto in Islanda”